Luca e Sara

Luca e Sara

Luca pensò che quella ragazzina dai lunghi capelli biondi, sotto tutti quelli strati di lana, non doveva essere affatto male e che gli sarebbe piaciuto scoprire perché se la dava a gambe ogni qualvolta lui compariva all’orizzonte. La popolazione femminile del “Paolo Toschi” pendeva dalle sue labbra, ogni occasione era buona per accaparrarsi le sue attenzioni, per compiacerlo, a volte anche in modo insistente, imbarazzante. Dio… c’erano momenti in cui invidiava i ragazzi anonimi e avrebbe dato chissà cosa per essere invisibile, normale, per non dover sempre dimostrare qualcosa e avere tutti quegli occhi puntati addosso. Poi era comparsa lei, uno scricciolo color del miele con due occhi enormi in cui perdersi, nascosta dentro maglioni troppo grandi, si aggirava per i corridoi come un’ombra, fuggendo da lui o forse, più drammaticamente e incredibilmente, ignorandone l’esistenza. Se Chicco non l’avesse strattonato per una manica ricordandogli che gli altri lo stavano aspettando dietro la palestra, magari glielo avrebbe pure chiesto se sapeva chi fosse. Ma un muro bianco è come una donna bellissima e volubile, da un momento all’altro può cedere alle lusinghe di qualcun altro e scivolarti dalle dita.

Sara, schiacciata contro il muro del corridoio, si lasciò scivolare a terra. Non poteva giurare che l’avesse guardata, ma vista, quello sì, e i suoi occhi avevano oltrepassato tutti i maglioni che portava per nascondere le forme, troppo femminili per la sua giovane età, e stretto il cuore in una morsa. Quel cuore che adesso le batteva all’impazzata nel petto, mozzandole il fiato e mandandole in confusione pensieri e parole. A furia di “Polly, tirati su, dai!” e “Finiscila che poi ti scopre…”, le sue compagne l’avevano riportata in classe, mentre alla gioia e all’eccitazione si sostituivano i primi interrogativi tipici dell’adolescenza… E se ha capito che sono pazza di lui? E se ha capito che sono io a rubare i suoi disegni? Come potrò tornare a scuola? Come potrò guardare di nuovo in faccia qualcuno in tutta Parma? Timida com’era, ora rabbrividiva anche solo all’idea delle risatine alle spalle, di essere definita “innamorata cotta” e di finire al centro dei pettegolezzi a ricreazione. Le sue amiche, accorgendosi dello sgomento che provava, la rassicurarono: per quella volta era stata fortunata, nessuno si era accorto di niente. Sara ringraziò la sua buona stella e si ripromise che mai più avrebbe dovuto lasciarsi andare tanto. Mai più avrebbe permesso ai sentimenti di uscire allo scoperto, quasi l’amore a quell’età non fosse un dono della vita ma un’imperdonabile leggerezza, una colpa.

Quella sera, con l’anima resa pesante dai tanti segreti, dalla voglia di urlare al mondo il suo amore e la paura di vedersi rifiutata, decise di sfogarsi e di iniziare a tenere un diario. Lo facevano tutte, poteva farlo anche lei, chissà che non le facesse bene… Prese un quaderno, una penna e si buttò sul letto, pronta ad aprirsi finalmente con qualcuno per inventato che fosse. Dai sinuosi movimenti delle sue mani però non uscirono parole ma linee e sfumature, tratti e chiari-scuri. Le forme prendevano corpo senza che lei se ne accorgesse, le pagine si riempirono degli occhi profondi di Luca, dei suoi riccioli scompigliati, del suo sorriso sarcastico; quadro dopo quadro il giovane writer si muoveva, compiva azioni, era protagonista di storie incredibili. Era passata mezzanotte da un pezzo quando, con le mani indolenzite, Sara posò la matita sul piumone e, stupefatta, guardò la propria opera: per la prima volta aveva creato, aveva sperimentato sulla propria pelle quel processo artistico e misterioso di cui tanto andavano parlando i professori dell’istituto d’arte. Quella notte, prima di scivolare nel sonno, Sara si concesse un sorriso e un ultimo pensiero: Luca non era solo una stupida cotta, era combustibile per le sue passioni, la spinta alla Vita.